Il lento ribollire del giorno consuma la mia irrequietezza. Lo stato naturale delle cose, quelle che mi circondano, quelle a cui ruoto non essendo il satellite di me stesso. Guardarsi e non conoscersi è il mio personalissimo disastro personale. L’ontologia spicciola che mi si muove tra le gengive e i denti: “sarò sempre destinato a subire me stesso, sarò sempre sulla linea che separa l’esigenza di “essere” che si contrappone alla necessità di “esistere”. Sto parlando di me. Esclusivamente di me e non concedo saldi alle parole. Il mio alto-centrismo non me lo permette, tantomeno i miei peli bianchi sulla barba. I buoni propositi senza le aspettative, a questo sto lavorando. Lavoro duro su me stesso. Analgesica convinzione che potrei essere migliore di quello che sono per i miei occhi. Le prospettive si allineano sempre con la realtà ed alla volontà. Non è questione di esperienza ma di espedienti a volte. E di questa maldicenza comune che sta nell’apparire più intelligenti di altri ad ogni costo, la rifuggo con il mio sorriso sterile accartocciato sull’angolo destro della bocca. Sorriso amaro per dolci convinzioni. Amaro sorridere per dolcissime convenzioni. La direzione unilaterale delle percezioni mi assale in un dolce via vai di profumi dimenticati e sapori ricordati, non giustificando me stesso dal mio disassemblarmi. Io sono così, a piccoli pezzi con enormi pezze. Antiestetico e scoordinato metodo da spaventapasseri per tenermi lontano dalla folla, che spesso come conviene, non somiglia per niente alla gente, che a sua volta, fa ben poco per somigliare a quella estinta classificazione umana che è propria delle persone. E sto parlando di me, esclusivamente di me, dove bevo serate, fumo bei pensieri e mi trascuro coi riflessi della gente tra un Negroni e qualche Baileys. Bevo, fumo e aspetto.

Aspetto che da questo non torni mai più il giorno dopo e spero ancora di poter dire “oggi è domenica 13 febbraio, e non farò niente, poichè niente c’è da fare.”

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