Sostituito – Mettere una cosa in luogo di un’altra.

Oggi la pace mi ha sorpreso e mi ha fatto ricordare lo spirito di Cioran che disse: “Darei molto per sapere se veramente cerco la pace”.

Questo tentativo di riconciliazione che il Regno del Cervello mi ha concesso, mi ha portato alle parole citate nel cappello in grassetto.

I ritorni mentali sono chiodi arrugginiti, che ormai, hanno il ruolo pericoloso di ferire la sbadataggine della meccanica di certi pensieri.

La meccanica della non-appartenenza al desiderio dell’Altro è pressochè devastante, una bulimia dell’anima, una palla da demolizione che sbatte organi e sentimenti fino a farteli rigurgitare.

Male – Ciò che nuoce e in generale che è contrario al benessere, alla virtù, alla legge, al dovere, alla convenienza.

Ed a questa Convenienza (de)penso.

Quando non conviene più non si ama nemmeno più. C’è una libertà all’interno di ogni scelta che vincola i dubbi, e nel dubbio tale convenienza, nell’economia e/o di una relazione, cade nel crack sistematico del dis-amore. Si smette d’amare quando ormai la superficiale visione estetica ne sovrasta l’etica(bastano 6kg e diventi un altro uomo/donna), dividendole in un irreparabile addio fatto di ritorni mentali e tentativi di possesso connesse alla intercambiabilità di certi ruoli. (L’amato che vorremmo diventasse amico e/o viceversa)

Confessare – Dirne il vero.

L’etimo predomina e non dovrebbe farmi fare nessuna divagazione. Ma il Regno del Cervello mi (s)tinge i pensieri. La verità ed il vero sono due cose distanti ed incontrovertibili per l’appartenenza del linguaggio. Ma nei ricordi odierni che fanno tempesta nella mia mente, spesso cado e non le distinguo più. Ed allora cerco il mio corpo(il vero) nella sua reale percezione(la verità), ma fallisco costantemente. Non avere avuto più il ruolo dell’amante, anzi, averne percepito la decadenza, mi ha tolto dal mio immaginario e mi ha portato nel simbolico orrido me. Un uomo nero, sporco e maleodorante me. Ed ogni giorno provo a renderlo gentile nel suo aspetto. Sarà un percorso lento e faticoso, ma ho fiducia nelle primavere all’interno del mio scheletro.

Fine. Punto che segna il termine nello spazio e nel tempo.

Terminare non solo per finire. La fine (s)consacra sempre un nuovo inizio. Lo sforzo a cui sono sottoposto è il continuo chiedermi “quando è stato l’inizio?” perchè adesso vorrei ricordarmi molto di quel bello che ho vissuto, e che con una volontà affettiva sto cercando di dimenticare. Domande per scrutare l’interno di questo me stesso, che vorrebbe sconsacrare questo involucro, lasciarlo alla deriva e farlo divorare dagli esteti e dai classificatori. Via da questo corpo (in)desiderato, non voluto per la svogliatezza di questo amore non-nato ed abortito per l’eccessivo raggrumarsi di questi non-sentimenti reali, ma bensì per la paura di non avere l’occasione, il ripetersi del mai più, per la volontà di andare contro le prossime occasioni perdute e mai avvenute.

Rialzarmi – Questo sto imparando. Dis-assemblamento delle mie inquetudini. Recessione del mio concetto di soggetto. Disfacimento del mio involucro.

Non lo voglio più questo corpo. Mi ha tolto molto di più di quel che conquistai.

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