Ti ho ucciso io, in quel giorno postumo di follia. Ti ho dissanguato il fiato, dopo che il cuore morì senza respirarne il sangue. Ti vidi cadere con la maniera perfetta del tuo essere meraviglia. Fui io che decisi la sorte del tuo plasma. Ti asciugai l’ultimo alveolo per l’ultima volta nell’averti in qualcosa di me, indefinitamente, come solco indelebile che intristisce il mio tempo. Tempo che s’aggruma in metastasi dal tuo ricordo fino al mio spegnermi di te. L’essere che sono, pentagramma asincrono del mio invivibile involucro. Ti ho ammazzato a piccole dosi, in quella discesa naturale dei tuoi seni, che ancora brulicano tra i miei sogni insonni, nell’odierno (con)forderti tra il miscuglio di ricordi ancora attesi. Tutto per questo niente, che mi possiede e m’assedia in questa tortura che è possesso nell’averti. Tutto per questo niente, che (s)misura il confine sbiadito del velo sugli occhi che m’asciugasti, in quel profumo di vestiti delle tue mani. Tutto per questo niente, solo per me. La permanenza del tuo grido in fondo alla galleria m’assiste ad ogni risveglio. E non c’è pena in questo tempo meraviglioso di mancanze, dove ti trovo puntuale nel tuo andartene a sparire. C’è questo silenzio liscio. Dove albeggio a ritorni. Dove aspetto il tuo bel collo. Rimanenze, solo per me.

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