Quel giorno di mattina fra l’eterno e un minuto, Terrazzo starnutì fuliggine e uno sbuffo di bruma. Il freddo tagliava l’alba per metà l’arcobaleno che come un aratro sventrò quel temporale notturno lasciando uno sbadiglio di sole. Terrazzo dai suoi occhi come appendini scrutava quell’orizzonte fermo, mosso solamente dal vento e dai riflessi delle finestre che incontravano lame di sole, sognava in uno slancio di ringhiera di tuffarsi in direzione di quell’ignoto vuoto, pronto a volteggiare come gli uccelli, che ogni tanto, gli lasciavano un modo per desiderare la pioggia da certi momenti di calura. Il sole sventagliava i suoi raggi, e Terrazzo ormai vedeva il quartiere che si svegliava. La domenica era trascorsa con la pioggia, tristemente buia e malinconica, rugginosa come il colore della sua pelle. Terrazzo adorava la primavera e le punte di freddo salmastro serale, perché gli ricordava i tempi in cui l’orizzonte era vuoto come un recipiente da riempire, e che da lì a qualche anno, avrebbe visto sparire cercando dagli angoli dei palazzi intorno, quel pezzo d’orizzonte che tanto desiderava di nuovo scorgere. Il tempo lo avevo reso scuro, oltre allo spessore di antiruggine e vernice nera che si portava ormai addosso da molti anni. Ricordava con piacere il periodo in cui il vecchio padrone, il panettiere Forlàn, ogni periodo dell’anno al cambio della stagione, lo strigliava da cima a fondo con la carta vetrata e lo rivestiva a nuovo, col nero “lucido laccato” che solo il nome della vernice lo faceva sentire un attore di Hollywood con il suo smoking alla prima cinematografica. Forlàn era un omone grande, con le mani grandi, tanto grandi che al posto delle nocche sembrava avere delle rosette da 50 centesimi. Ed erano caldissime e forti. Non aveva famiglia, e come diceva lui, fra il fumo della sigaretta senza filtro e il calare del sole, “..non sono stato capace..”. Con quelle parole sembrava ogni volta dire un addio e un arrivederci allo stesso tempo. Le parole del vecchio Forlàn sembravano aver conosciuto da sempre la saggezza di chi nella vita ha potuto soffrire e godere abbastanza dei giorni, tanto da poter raccontare senza bisogno di ricordare, e di ascoltare sapendo già di ascoltare ancora. Gli occhi grigi e con il taglio sottile lo facevano sembrare ancora più grande, e immensamente triste. Ma questa favola, non avrà nè un lieto fine, nè un finale drammatico che valga la pena raccontare. Questa favola finisce. E sarà la fine a coincidere con il tempo, che ci permetterà di rileggere ancora il racconto che Terrazzo gridò, ai 20 venti di primavera, e che loro nel mulinare muoversi sussurrarono ai poeti. Ogni sera dopo cena Forlàn si appoggiava alla ringhiera, facendo sentire tutto il suo massiccio essere stanco. Scrutava lontano con quello sguardo che sapeva già ogni verità per ogni conclusione. E quel giorno finì. Come voleva lui. Afferrò la ringhiera con le mani possenti, con la sedia fece un gradino, e fu in piedi sul corrimano di ferro. Terrazzo non riusciva a capire, quando Forlan esclamò le parole; “ Io m’impasto per sempre “. E così, il vecchio panettiere, si lanciò nel vuoto con le braccia aperte, a spirare il vento che soffiava di tramontana, sul tramonto color arancino in quell’umido autunno. Terrazzo con la ringhiera livida di dolore seguì il volo, che terminò sulla strada sterrata in uno sbuffo di farina. I molti che sentirono il tonfo quando si affacciarono videro quella nube bianca e candida ricadere ovunque, ed il profumo di farina e crosta di pane invase ogni papilla. Terrazzo era bianco come non lo era mai stato. Terrazzo capì le parole del vecchio Forlàn. Terrazzo le ricorda tutt’ora, e non dimentica mai la parola “per sempre”.

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