La mattina è una protesi di vita. La notte scelgo sempre di dimenticarla. La notte ed il giorno. Sezioni precise mentre (ri)chiamo me stesso con il primo sbadiglio, raccolgo due orbite ed il giorno (de)capitato da queste parti, e trovo il riflesso nel mucchio. Un mucchio di smorfie e residui.

Luci e ombre (in)dipendenti da me. Le ombre danzano, le luci fuggono tra queste tavole di larice, calpestate fin troppo dagli impiegati puntuali al copione.

Non ricordo ancora il primo squarcio di luce che dipinse bagnandomi il mio contorno oltre il boccascena. Non ricordo tutt’ora quel che mi fugge davanti. Questo teatro (s)vuoto è una fornace di voci, suppellettili del pensiero alla clacque.

La memoria è una scheggia veloce, mi trapassa, mi scuoia, scuce vibrando l’immagine e non rimane che nient’altro, il nient’altro su questi specchi (s)messi sulla scena.

Nient’altro.

Un (in)solito panorama. Muro bianco, grana fine, d’essenza ruvida. Ed è lì che s’affaccia il mondo fatto di percezioni sconosciute, di vibrazioni, di risate lontane e applausi di mani umidicce.

La mia forma sgranocchia la mia anima imprecisa. Imprecisa e senza forma. Dentro al mio spessore, all’interno verso il centro, sento il brusìo lento del violento mio vivere con il suo divorar le immagini e le parole (s)dette.

Nient’altro. Non rimane niente più. Solo l’attimo e il trapasso.

Poi di nuovo, muro bianco, grana fine, d’essenza ruvida.

Tutto è iniziato in quest’origine, dove Du Demon sarà nella scena dell’immediato.

Annunci