Mi strangolano i tuoi sorrisi, etichettati come codici a barre dove passano per la cassa, prego, grazie e arrivederci. Ma se guardo solo la tua bocca sorridente mi sbaglio e creo l’infortunio del dubbio.

Occhi che mi guardano che cercano la (s)combinazione, per entrare, per l’accesso, sulla soglia dei rigurgiti roteanti dei miei occhi, che passano veloci, come lame, come i flash, come i lampi notturni.

I tuoi occhi, che siano maledetti, dalla grazia del mio gusto, che li succhierebbe come caramelle dolci, mentre scavano gallerie fino alle mani, fino al loro tormentarsi di segreti mai visti e detti.

Quel che dico è quel che dici, ma tu mi ascolti e non togli mai la rivoltella delle tue cornee sul tiro a segno della mia pupilla. Miri senza trattenere il respiro e spari, centro perfetto, in questo silenzio da sonnambulo.

Dell’amor non m’importa niente, perchè niente all’amor importa se l’incastro non è perfetto per l’estetica. Ci pensa da solo (l’amor) a fondersi nella grazia e nella solidarietà, in questa legge che io, ho scientemente dato a me stesso.

Ti muovi con la testa in cerca di una nuova prospettiva, da un angolo all’altro mi sento felice per l’istante in cui sventro il passaggio dei nostri occhi. Sento la tua risata come la risacca in lontananza, e di questa spiaggia che non troverò mai.

Rimango seduto, ad ascoltare il profumo di te che la finestra aperta mi porta, scompigliando pensieri e fantasie fino al cumulo dei miei segreti. Ti penso mentre ci sei in questa penombra che ti avvolge, per la paura d’incontrarti negli occhi.

Trattengo il respiro e mi crollano le spalle, esco senza vederti e continuo a cercarti nel non volerti vedere. Giro la chiave e sono in movimento e ti penso nel ripensarti e mi ricordo quel che mi hai detto pensando a me.

Spesso accade che le mani sappiano svelare un segreto intorno a cui l’intelletto si affanna inutilmente, le mani, infatti, a volte parlano più chiaramente delle parole. (C.G.Jung)

 

 

 

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