Respiro la poltiglia di quelle ore umide. Umide e luride ansie che coccolano il mio senso estetico, il mio senso etico, e la mia ipossica ipocrisia sul passato. Passato come un giorno assassino, come un giorno sgualcito tra gli ossidi invernali dove la pioggia è un giorno intero. Intero come la metà di questo doppio che mi rappresenta, la coagulazione di me stesso. Me stesso che è vomito di un ubriaco col passo sbilenco. Sbilenco sguardo riflesso, osservatorio maniacale di questa attesa. Attesa di questo ospite che vive tra un po’ più in là di questo posto e dentro. Dentro di me c’è questa attesa.

L’ospite è indeciso . Si suppone venga da un posto sconosciuto.

L’ospite non pare abbia una fama particolare. Nessuno lo teme ma il dubbio suscita sempre ambiguità.

L’ospite è un silenzioso nottambulo dove presta servizio come sogno nelle notti di primavera.

L’ospite vuol capire e comprendere come me chi meglio dei due può essere l’ospite gradito.

Respiro la poltiglia di queste ore e trattengo il respiro per più tempo possibile. Me lo ha insegnato l’ospite, per farmi capire quale sia la sua paura più grande.

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