Dell’amor non m’importa niente


Mi strangolano i tuoi sorrisi, etichettati come codici a barre dove passano per la cassa, prego, grazie e arrivederci. Ma se guardo solo la tua bocca sorridente mi sbaglio e creo l’infortunio del dubbio.

Occhi che mi guardano che cercano la (s)combinazione, per entrare, per l’accesso, sulla soglia dei rigurgiti roteanti dei miei occhi, che passano veloci, come lame, come i flash, come i lampi notturni.

I tuoi occhi, che siano maledetti, dalla grazia del mio gusto, che li succhierebbe come caramelle dolci, mentre scavano gallerie fino alle mani, fino al loro tormentarsi di segreti mai visti e detti.

Quel che dico è quel che dici, ma tu mi ascolti e non togli mai la rivoltella delle tue cornee sul tiro a segno della mia pupilla. Miri senza trattenere il respiro e spari, centro perfetto, in questo silenzio da sonnambulo.

Dell’amor non m’importa niente, perchè niente all’amor importa se l’incastro non è perfetto per l’estetica. Ci pensa da solo (l’amor) a fondersi nella grazia e nella solidarietà, in questa legge che io, ho scientemente dato a me stesso.

Ti muovi con la testa in cerca di una nuova prospettiva, da un angolo all’altro mi sento felice per l’istante in cui sventro il passaggio dei nostri occhi. Sento la tua risata come la risacca in lontananza, e di questa spiaggia che non troverò mai.

Rimango seduto, ad ascoltare il profumo di te che la finestra aperta mi porta, scompigliando pensieri e fantasie fino al cumulo dei miei segreti. Ti penso mentre ci sei in questa penombra che ti avvolge, per la paura d’incontrarti negli occhi.

Trattengo il respiro e mi crollano le spalle, esco senza vederti e continuo a cercarti nel non volerti vedere. Giro la chiave e sono in movimento e ti penso nel ripensarti e mi ricordo quel che mi hai detto pensando a me.

Spesso accade che le mani sappiano svelare un segreto intorno a cui l’intelletto si affanna inutilmente, le mani, infatti, a volte parlano più chiaramente delle parole. (C.G.Jung)

 

 

 

Consummatum est.


Per la mia colpa, mia grandissima colpa.

Si sceglie un giorno per poter vivere ed uno per morire.

Per la colpa della grazia irrazionale.

Si sceglie un giorno per far morire ed uno per sopravvivere.

Per colpa dell’anima che strinse fino a fargli mancare il fiato.

Si sceglie un giorno.

Uno qualunque di 19 anni fa.

Che il perdono ricada su di me.

Le cose come stanno


 

“E come stanno le cose?”

“Stanno che non hai idea di cosa sia la solitudine”

“Invece nella mia solitudine sto bene”

“Ti dico questa cosa a costo di farti male ma la credo necessaria .. che adesso, in altre parole, non arriverà nessuno per portarti via nuovamente da dove hai scelto di stare”

“Io non lo so ..”

“Meglio così allora credimi”

“Perchè?”

“Perchè quando le sai e le conosci le cose, ti lasciano nel migliore dei casi, e nel peggiore le lasci”

“E che succede?”

“Succede che ti aggrappi alla prima cosa che non vuoi.”

 

 

 

 

Tagliar per rifiorir


 

 

 

 

 

CoseCheVedoMaNonCiSono è una compagnia teatrale.

Nata quest’anno.

Ed è composta da una parte di me e da una repressione dei miei disguidi e disagi personali, contenuti da persone speciali che si affiancano e collaborano a questo progetto.

“Octo Deliri” è il nostro capolavoro, e nel 2015 sarà a disposizione di tutti quelli che hanno conosciuto il teatro di Artaud/Bene.

E’ un percorso senza memoria, senza re-citare, è un inesplicabile inganno.

D’altronde non potendo vivere con la vita, è giusto scegliere quel che si deve dimenticare.

Ingannarsi per l’amor proprio.

Un inganno, come la mia barba ed i miei capelli.

Vi ho ingannato con una semplice promessa e come tale, come ogni cosa, mi sono comportato come le cose appunto, ovvero le cose succedono, ed io, spero tanto, sono “successo”.

 

(Photo By Christian Clemens)

Venice2

Barba(rara-mente)


barbaleo

Io non ho una barba.

Io SONO la mia barba.

Me ne strafotto dell’etica dell’estetismo condominiale. Me ne strafotto del pensiero clericale da pulizia visagistica.

Me ne frego del complesso d’inferiorità da piumaggio umano, ovvero, meglio col cespuglio che implume. Farsi la barba è come fare l’amore. E io non voglio fare l’amore, io voglio scopare e fottere.

Me ne strafrego se il bianco sul mento sfuma, in compenso non ho un capello bianco, alla faccia dei 40enni che si fanno i colpi di luna in stile sale e pepe.

Si io SONO la mia barba, che non si arroga il diritto di essere mia con il verbo avere ma di essere nell’avermi con il verbo essere, e l’ontologia da due soldi (che mio padre comprò alla fiera dell’est), mi disgusta e che certi soldatini da minuteria filosofica se la tengano pure per sè.

Io SONO la mia barba e che la barba sia con me. La barba, la barba Leo! Si, la mia barba, se ne sta lì in mostra col suo “mosso”, e ringrazia la grazia dei capelli lunghi e raccolti, e che ogni sera un Nazareno si specchia prima di dormire, tanto mi somiglio Lui.

Che la barba sia con me, che la barba mi salvi dal liscio anguilla profumato al dopobarba, puzzo antico d’armadio ottocentesco.

Che la barba mi conservi dentro i rigagnoli delle rughe, e che mi salvi dai riflessi della lama.

Niente barba, niente Leo, prendere E lasciare. Si, mi dovete lasciare qui, ad ondeggiare tra le mie dita dentro al firmamento che va dalla basetta al collo, piccoli spicchi ricciolosi di pelo morbido ma consistente.

Me ne fotto e non m’importa.

I gusti son per quelli che non hanno scelta, per questo, non mi avrete mai.

Alla barba vostra!

Sorrisi.

 

 

Cuore si slega l’arteria


Cuore esce dalla stanza che è ancora sudato di sesso miocardico. Sbuffa la bruma vaporosa degli odori leggeri fra gli umori quasi amari e la salsedine color rosa. Ha un mucchio di archetipi da sbrigliare ma lo fa con automazione, catena di montaggio di reflui e sensibilizzazioni alle emozioni. Cuore ha quasi 41anni e non crede più che amare sia amore e nemmeno il contrario. Ha una lista di appuntamenti persi da rispettare per questo sa che la grazia è il completamento d’ogni cosa. Cuore striscia la testa del fiammifero e fa brillare una candela profumosa. Scuote il legnetto per spegnerlo ed il fumo zolfato sgrida le narici con l’acido chimico, ed in quel gesto ha subito capito che ogni storia se non è solidale mica appiccia e sfiamma come fa il fiammifero. Ecco che grazia e solidarietà diventan sentimenti da pane quotidiano, che essendo già quotidiano perchè specificare di darcelo oggi? Le preghiere catto-liberali son versamenti di disperazione cronica ed atavica posterizzazione. Cuore si slega l’arteria e s’infila le scarpe, uscendo sbatte sull’angolo del tavolo, e subito si ricorda che sbattere, per quanto casuale lo si possa ritenere non è per niente sintomo di fortuna o sfortuna, e che non esiste il caso destinato alla sincronicità. Esiste la grazia di esser solidali, quel che dicevo prima di ora, ovvero se solo uno dei due eventi protagonisti, s’accorge di esser lo sbattuto o lo sbattente, tutto si trasforma in qualcosa di diverso. Diverso in quanto nuovo. Cuore ora che è Marzo quasi Aprile ha conosciuto il nuovo e gli piace un sacco. Un sacco colmo di cose sfuse da scegliere, scartare, assemblare e rivedere per sceglierle ancora. Cuore festeggerà il compleanno come fosse l’anno nuovo e lo farà ricordando anche quello passato, che fu molte cose in poco tempo e senza molto senso. Cuore sa che recuperare certi ricordi fa solo bene al futuro. Cuore appena scende le scale si guarda un attimo indietro, certe presenze ancora nell’empatia passata, scavalcano i gradini all’insù, e si spiaccicano tra le sinuose ombre dei ricordi. Cuore fa un sorriso e lo appiccica sul vetro della finestra che sbircia sul giardino, lo fa sperando che un’alba di qualche giorno, un raggio di luce si spiaccichi sul vetro e che quel bacio stampigliato si schiuda in farfalla. E che succeda una volta per tutte e mai una per sempre. Ma questa chiusa Cuore l’ha già detta, poco importa comunque. Cuore sale in bici e pedala controvento, ma dove va mentre l’alba brulica l’avorio riflesso sull’erba?

Vattelapesca.

La strada finita


La strada è finita, ed ho ritrovato le foto.

Si quelle .. te le farò avere, o te le porterò .. vattelappesca che farò.

Ma tu, non lo sai.

 

Ad alta voce


Ad alta voce. Le parole escono come trucioli dal tornio del cuore. Scelgono la via più breve per caderti come lacrime controvento. Ad alta voce. Si schierano i ricordi in fila, e marciano sulla guglia dei ricicli mentali, ed ancora ad alta voce si sfaldano verso la discarica degli sputi. Ad alta voce mi accorgo solo ora dei tuoi occhi verdi, ma che dico verdi, i tuoi occhi son neri. Ma non credo neanche m’importi del colore dei tuoi occhi. Vedo quel che vedo tra le supposizioni della gente, tra i bisbigli di quel che vedono. Ad alta voce, mi dico, che ti dirò la verità, prima o poi, mentre razzolo tra i miei sguardi bassi, nel mio sentirti senza guardarti tra le viscere sanguinolente del Syrah. Ad alta voce, raccolgo le briciole dal tavolo e le confondo con la cenere delle sigarette, mentre ancora mi parli e mi dici cose nuove, miscuglio tra la tua voce e l’impasto amaro di quel che sto pensando prima di ogni tua parola. Ad alta voce, ti ascolto mentre mi tagli le vene col tuo sguardo di premura, ed in tutta questa novità del mio tempo che scivola e ti porta da me c’è perfino la primavera intorno a noi. A testa alta, calpesto le orme sui tuoi passi per non perdermi nemmeno un solo istante della tua presunzione a non esistere insieme a me. A testa alta frugo le tue spalle magre, nell’acido freddo di questo Marzo, umido di sterili luccichii stellari, ti ho visto per un attimo che mi osservavi mentre sorridevo sulle molle delle mie labbra. A voce alta ti chiamo per nome, ma sbaglio quasi sempre, tu mi ridi con gli occhi ed io rimango fermo.

Tu mi ridi con gli occhi ed io rimango fermo.

Corde di ricordi


L’immagine e l’immaginario. Come le forbici e la lametta. Si creano differenze e si differenzia il necessario senza necessità. Anche i sentimenti hanno i pixel e se ti avvicini troppo non vedi un bel nulla. La giusta distanza per una minore carenza, per una giusta cadenza.

Misure.

Misuriamo tutto, troppo.

La misura ci occorre per vivere e morire, per “il quanto” ed “il come” nella qualità del nostro vissuto. L’amore, il possesso, il dolore, la mancanza, la felicità, il divertimento, sono tutte misure. Millimetriche e pesantissime fasi che ci portiamo dentro per vivere, pensare ed amalgamare tutto, nel possibile delle 24ore, nei mesi e nei giorni successivi, negli anni che verranno. Poi arriva la pattumiera del passato. Un cestino di carta stretto ma profondo quanto basta per non uscirci quasi più. Quanto misura il passato? Nessuno lo esprime con certezza, d’altronde è un cestino, frugarci ci mette a disagio con il presente, che nella misura in cui è, è sicuramente diverso. Ed allora misuriamo ancora. La rabbia.

La benedetta rabbia, che pulsa nelle pulsioni, che esplode nel piccolo contenitore che abbiamo tra la pancia ed i polmoni ma che ancora non gli abbiamo dato un nome preciso. Però lo misuriamo, con la meteoropatia, con gli attacchi di impazienza.

La rabbia e l’impazienza vanno talmente a braccetto che la prima, ci divora partendo dalla testa e la seconda ci divora dai piedi.

Per far finire le “cose” misuriamo il nostro personalissimo Orient Express emozionale. Da dove parte? Quali fermate per un eventuale rifornimento di “impaziente rabbia”? La fortuna vuole che qualche volta sbattiamo in fondo al binario morto. Questo binario non ha nessuna provenienza certa. Ci sbattiamo e svoltiamo strada. Non possiamo misurarlo e questo ci costa tremendamente tanto. Ci costa l’inquietudine del “non so perchè”.

Nelle mie personali misure da 41enne millesimato al 2014, raccolgo per disgrazia la foto di una sera di qualche anno fa. Stavo bene? Stavo male? Lo ricordo? Non lo ricordo?

Ecco il mio binario morto.

Guardo la foto. Ed ancora sbatto sul binario morto.

Senza barba e coi capelli corti. Ecco questa è l’unica misura per cui il passato mi fa attingere la misura di quel che è stato.

Binario morto.

E adesso?

Adesso curo la mia barba ed i miei capelli senza tagliarli.

Misuro in attesa di un nuovo binario morto, che mi faccia cambiare strada nel momento in cui non misurerò più l’ontologia del mio tempo.

E adesso?

Pace&Amore e frittelle di risate.

 

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