Nodo


Alle volte implodo in turbinii che d’acido colano sul solco, perimetro dei miei pensieri malsani.

Solco che sfila e schiuma parole che spellano maree di cenere, come i ricordi dei miei giorni scorticati.

Cenere e pezze di sere di pensieri e l’emersione di mancanze nude, scelte per la mia fragile irregolarità.

Nude e distorte mani intrecciate, slegate i miei pensieri, che possano in un tempo migliore, crearmi decenze d’inquietudini leggere, da portarmi in salvo, sulla riva d’un tempo desiderato.

Sol(tanto) che cadutamente lasci


Ti ho ucciso io, in quel giorno postumo di follia. Ti ho dissanguato il fiato, dopo che il cuore morì senza respirarne il sangue. Ti vidi cadere con la maniera perfetta del tuo essere meraviglia. Fui io che decisi la sorte del tuo plasma. Ti asciugai l’ultimo alveolo per l’ultima volta nell’averti in qualcosa di me, indefinitamente, come solco indelebile che intristisce il mio tempo. Tempo che s’aggruma in metastasi dal tuo ricordo fino al mio spegnermi di te. L’essere che sono, pentagramma asincrono del mio invivibile involucro. Ti ho ammazzato a piccole dosi, in quella discesa naturale dei tuoi seni, che ancora brulicano tra i miei sogni insonni, nell’odierno (con)forderti tra il miscuglio di ricordi ancora attesi. Tutto per questo niente, che mi possiede e m’assedia in questa tortura che è possesso nell’averti. Tutto per questo niente, che (s)misura il confine sbiadito del velo sugli occhi che m’asciugasti, in quel profumo di vestiti delle tue mani. Tutto per questo niente, solo per me. La permanenza del tuo grido in fondo alla galleria m’assiste ad ogni risveglio. E non c’è pena in questo tempo meraviglioso di mancanze, dove ti trovo puntuale nel tuo andartene a sparire. C’è questo silenzio liscio. Dove albeggio a ritorni. Dove aspetto il tuo bel collo. Rimanenze, solo per me.

Da consumarsi, preferibilmente.


Prima della scadenza. Dovresti consumarmi. Avere cura di me, della mia luce accesa notturna, dei miei movimenti rem, dell’acido blastico che scorre leggero. Prima della scadenza, consumami, fallo lentamente con clemenza e forza. Preferibilmente fallo consumandomi pezzo dopo pezzo, lembo di cielo sulle mie spalle, fino al verde che plumbea i miei occhi. Consumami, e fammi liscio sulla tua pelle, tienimi senza toccarmi, ma tienimi lì. Tu che ancora non sei essenza, che non esisti, se non nel tuo anonimo richiamo. Consumami prima di arrivare a me, scegli il posto, sceglimi, consumami oltrepassandomi. Attraversami e sversami dentro di te. Prima della scadenza, prima che sia mattina. Tu, che scorri lentamente nel mio non essermi. Consuma il mio all’infuori e intorno, satellite del mio corpo. Consuma i miei respiri, bruciami, squarciami e su tutto finiscimi. Consuma i miei giorni fino ad asciugarli, lasciali al vento, nel profumo scirocco notturno, fino all’ombra che taglia l’alba sull’ombra della tua sagoma. Consumami con tutto quel che hai da perdermi. Consumami tu. E fallo prima di venire da me per dirmi che ci sei.

Percepir alienus


Sostituito – Mettere una cosa in luogo di un’altra.

Oggi la pace mi ha sorpreso e mi ha fatto ricordare lo spirito di Cioran che disse: “Darei molto per sapere se veramente cerco la pace”.

Questo tentativo di riconciliazione che il Regno del Cervello mi ha concesso, mi ha portato alle parole citate nel cappello in grassetto.

I ritorni mentali sono chiodi arrugginiti, che ormai, hanno il ruolo pericoloso di ferire la sbadataggine della meccanica di certi pensieri.

La meccanica della non-appartenenza al desiderio dell’Altro è pressochè devastante, una bulimia dell’anima, una palla da demolizione che sbatte organi e sentimenti fino a farteli rigurgitare.

Male – Ciò che nuoce e in generale che è contrario al benessere, alla virtù, alla legge, al dovere, alla convenienza.

Ed a questa Convenienza (de)penso.

Quando non conviene più non si ama nemmeno più. C’è una libertà all’interno di ogni scelta che vincola i dubbi, e nel dubbio tale convenienza, nell’economia e/o di una relazione, cade nel crack sistematico del dis-amore. Si smette d’amare quando ormai la superficiale visione estetica ne sovrasta l’etica(bastano 6kg e diventi un altro uomo/donna), dividendole in un irreparabile addio fatto di ritorni mentali e tentativi di possesso connesse alla intercambiabilità di certi ruoli. (L’amato che vorremmo diventasse amico e/o viceversa)

Confessare – Dirne il vero.

L’etimo predomina e non dovrebbe farmi fare nessuna divagazione. Ma il Regno del Cervello mi (s)tinge i pensieri. La verità ed il vero sono due cose distanti ed incontrovertibili per l’appartenenza del linguaggio. Ma nei ricordi odierni che fanno tempesta nella mia mente, spesso cado e non le distinguo più. Ed allora cerco il mio corpo(il vero) nella sua reale percezione(la verità), ma fallisco costantemente. Non avere avuto più il ruolo dell’amante, anzi, averne percepito la decadenza, mi ha tolto dal mio immaginario e mi ha portato nel simbolico orrido me. Un uomo nero, sporco e maleodorante me. Ed ogni giorno provo a renderlo gentile nel suo aspetto. Sarà un percorso lento e faticoso, ma ho fiducia nelle primavere all’interno del mio scheletro.

Fine. Punto che segna il termine nello spazio e nel tempo.

Terminare non solo per finire. La fine (s)consacra sempre un nuovo inizio. Lo sforzo a cui sono sottoposto è il continuo chiedermi “quando è stato l’inizio?” perchè adesso vorrei ricordarmi molto di quel bello che ho vissuto, e che con una volontà affettiva sto cercando di dimenticare. Domande per scrutare l’interno di questo me stesso, che vorrebbe sconsacrare questo involucro, lasciarlo alla deriva e farlo divorare dagli esteti e dai classificatori. Via da questo corpo (in)desiderato, non voluto per la svogliatezza di questo amore non-nato ed abortito per l’eccessivo raggrumarsi di questi non-sentimenti reali, ma bensì per la paura di non avere l’occasione, il ripetersi del mai più, per la volontà di andare contro le prossime occasioni perdute e mai avvenute.

Rialzarmi – Questo sto imparando. Dis-assemblamento delle mie inquetudini. Recessione del mio concetto di soggetto. Disfacimento del mio involucro.

Non lo voglio più questo corpo. Mi ha tolto molto di più di quel che conquistai.

Per tutte le volte che vorrai vedermi.


Steve Vai – Gentle Ways
Live with the Holland Metropole Orkest DVD

Tu Muori


Tu muori.Tu muori e sarai sempre. Insaziabile cenere. Muori con gli occhi tutta la vita. Occhi ruvidi e rochi. Muori, col profumo salmastro del mio scordarti, con la prima cosa che vissi di te e che imparai a morire. Tu muori, nell’amore tutto mio. Notturno sanguinolento, respiro divelto, come acqua scuoiata dalla bocca. Tu muori, come la goccia che affoga nel vuoto, nel volteggiare rotolante, lacrima nella scarpata. Tu, che sarai sempre ombra del mio riflesso, muori.

Tu muori e sarai sempre la fine di te.

Banchi Bianchi(dal14febbraio@oggi)


Il lento ribollire del giorno consuma la mia irrequietezza. Lo stato naturale delle cose, quelle che mi circondano, quelle a cui ruoto non essendo il satellite di me stesso. Guardarsi e non conoscersi è il mio personalissimo disastro personale. L’ontologia spicciola che mi si muove tra le gengive e i denti: “sarò sempre destinato a subire me stesso, sarò sempre sulla linea che separa l’esigenza di “essere” che si contrappone alla necessità di “esistere”. Sto parlando di me. Esclusivamente di me e non concedo saldi alle parole. Il mio alto-centrismo non me lo permette, tantomeno i miei peli bianchi sulla barba. I buoni propositi senza le aspettative, a questo sto lavorando. Lavoro duro su me stesso. Analgesica convinzione che potrei essere migliore di quello che sono per i miei occhi. Le prospettive si allineano sempre con la realtà ed alla volontà. Non è questione di esperienza ma di espedienti a volte. E di questa maldicenza comune che sta nell’apparire più intelligenti di altri ad ogni costo, la rifuggo con il mio sorriso sterile accartocciato sull’angolo destro della bocca. Sorriso amaro per dolci convinzioni. Amaro sorridere per dolcissime convenzioni. La direzione unilaterale delle percezioni mi assale in un dolce via vai di profumi dimenticati e sapori ricordati, non giustificando me stesso dal mio disassemblarmi. Io sono così, a piccoli pezzi con enormi pezze. Antiestetico e scoordinato metodo da spaventapasseri per tenermi lontano dalla folla, che spesso come conviene, non somiglia per niente alla gente, che a sua volta, fa ben poco per somigliare a quella estinta classificazione umana che è propria delle persone. E sto parlando di me, esclusivamente di me, dove bevo serate, fumo bei pensieri e mi trascuro coi riflessi della gente tra un Negroni e qualche Baileys. Bevo, fumo e aspetto.

Aspetto che da questo non torni mai più il giorno dopo e spero ancora di poter dire “oggi è domenica 13 febbraio, e non farò niente, poichè niente c’è da fare.”

Basta


Basta coi giorni secolari, quelli che non passano mai, basta coi giorni congelati, rattristati, venuti male per la congenita delusa aspettativa. Basta coi pensieri leggeri, quelli fatti d’elio e profumi di terra bagnata, basta coi giorni da asciugare, quelli plumblei partiti per la guerra del dimenticatoio. Basta con le attese, quelle fatte di profumi vaganti, basta con le disattese, che sono come le attese ma senza tempo ed origine con il posto vuoto accanto al tuo. Basta con gli occhi stanchi, bassi, lucidi, appannatamente colorati, basta con gli occhi come caramelle dolci ma solo se assaggiati. Basta con le molliche di pensieri, quelli da scuoiare, da raggrumare, da dissanguare. Basta con le risate siliconate al silenzio, quelle raccolte ad un angolo soltanto della bocca, basta ai sorrisi muti come il niente da dire. Basta con i passi lenti, pesanti, scalcianti, basta con i cammini fatti in apnea, con le corse per rincorrere chi cammina accanto a te. Basta con il tutto in mezzo al niente, come se il niente fosse da riempire, come se fosse uno spazio vuoto di tutto. Basta con le notti che di notte sanno d’alba, con le stelle come i bottoni di camicia fradicia d’illusioni a testa in sù. Basta con le mattine luminescenti, lucide di lustrini di vento salmastro, che ti fanno credere che ci sia bel tempo quando invece dentro porti la bufera. Basta con i regali già scartati, quelli non voluti, quelli con la carta sbagliata ed il pensiero giusto. Basta con i consigli dati da chi non riesce a fare quello che fai tu come lo fai tu, basta con gli amici di passaggio, polverosi come le strade di campagna in cui non passa mai nessuno. Basta con le mode d’altri tempi, di quelli che sanno tutto ma non hanno niente, basta con quelli che vogliono e credono di volere tutto, nel mentre non hanno la minima idea di concretezza per l’amore, per un amore soltanto, per la costruzione e non per la distruzione dello stesso. Basta con i grazie sussurrati a crepapelle, con i prego sgozzati dai silenzi assenzi. Basta con i colpevoli, quelli superficiali, di chi non ha abbastanza per essere uomo. Basta con gli innocenti, che non fanno mai niente per discolparsi. Basta con gli assassini dei giorni, che t’ammazzano prima di sera scegliendo il giorno che credevi tuo. Basta con il cuore. Che non serve a niente in certi casi. Basta con i casi e le coincidenze. Basta con tutto questo chiedere a se stessi cosa e quando. Basta coi dubbi, con le certezze. Basta con tutto me stesso. Basta con le idee empatiche, con le idee empiriche. Basta con gli arnesi mentali e basta soprattutto a questo “mal’essere”, che non è per niente esistere.

Basta per una volta soltanto e mai una per tutte.

Certe Cose


Certe cose ti passano talmente da vicino che bruciano la pelle, ti macchiano i pensieri di un impuro desiderio di irreale. Certe cose sono talmente lente e taglienti che non senti neanche il dolore trapassarti, lo vivi con il protagonismo di un eroe impavido e lo metabolizzi con una collezione di sguardi insonni a dipingere il soffitto bianco. Certe cose ti spingono, ti travolgono, ti riempono e ti svuotano. Il motivo non esiste. Ed avere una lucida consapevolezza ed una percezione reale diventa sfiancante in certe occasioni, preferisco guardare ed osservare che provare ad immaginare. Preferisco avere nostalgia di un ricordo che avere il coraggio di vivere il mio istinto. Il mio istinto è un acido violento sulla mielina dei miei sensi. Scioglie qualsiasi cosa provi ad avvicinarsi. Vorace come la bestia avida di succo di vita. Il mio istinto è il mio salto temporale. L’indefinito raccontato con chi negli occhi ha troppo da raccontare dopo aver fatto una fuga memorabile da qualcosa d’invisibile e allo stesso tempo pericoloso, e certe cose ti fanno passare il sonno nel sogno, ed è in quel momento che rielabori la tua ingenuità, la tua genuina illusione di aver compreso realmente il concreto che si sgretola al lento venire del domani.

Questo domani che sembra così incontaminato e che invece ha già piazzato le sue piccole trappole, grazie alla nostra strumentalizzazione e pianificazione preconcetta.

E allora ci sarà domani a cui mi affaccerò come sempre, con il mio instancabile sorriso raccolto verso l’angolo della bocca e domani sarà un’altra occasione per ricordarmi di quanto sia stato bello oggi.

Certe cose, non vale la pena neanche di (de)pensarle.

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