Certe Cose


Certe cose ti passano talmente da vicino che bruciano la pelle, ti macchiano i pensieri di un impuro desiderio di irreale. Certe cose sono talmente lente e taglienti che non senti neanche il dolore trapassarti, lo vivi con il protagonismo di un eroe impavido e lo metabolizzi con una collezione di sguardi insonni a dipingere il soffitto bianco. Certe cose ti spingono, ti travolgono, ti riempono e ti svuotano. Il motivo non esiste. Ed avere una lucida consapevolezza ed una percezione reale diventa sfiancante in certe occasioni, preferisco guardare ed osservare che provare ad immaginare. Preferisco avere nostalgia di un ricordo che avere il coraggio di vivere il mio istinto. Il mio istinto è un acido violento sulla mielina dei miei sensi. Scioglie qualsiasi cosa provi ad avvicinarsi. Vorace come la bestia avida di succo di vita. Il mio istinto è il mio salto temporale. L’indefinito raccontato con chi negli occhi ha troppo da raccontare dopo aver fatto una fuga memorabile da qualcosa d’invisibile e allo stesso tempo pericoloso, e certe cose ti fanno passare il sonno nel sogno, ed è in quel momento che rielabori la tua ingenuità, la tua genuina illusione di aver compreso realmente il concreto che si sgretola al lento venire del domani.

Questo domani che sembra così incontaminato e che invece ha già piazzato le sue piccole trappole, grazie alla nostra strumentalizzazione e pianificazione preconcetta.

E allora ci sarà domani a cui mi affaccerò come sempre, con il mio instancabile sorriso raccolto verso l’angolo della bocca e domani sarà un’altra occasione per ricordarmi di quanto sia stato bello oggi.

Certe cose, non vale la pena neanche di (de)pensarle.

Quando non ci sarai


Prova appoggiarti a me,
sono contento che mi puoi abbracciare:
amore ho proprio sbagliato le scarpe,
continuo a scivolare.
Abbiamo camminato molto
e ho un ginocchio che mi fa un po’ male
hai visto quel baretto che poesia,
andiamo a riposare.
Dimmi cosa vuoi bere,
io prendo quello che prendi tu
quegli occhi verdi che potrei annegarci
e non tornare piu’
cosa hai fatto ai tuoi capelli?
son cosi’ corti sembri un po’ un omino
ah si? perche’ non provi accarezzarmi qui
e stammi piu’ vicino
adesso che ti posso avere,
voglio guardarti fino a non poterne piu’:
allora guardo, continua a guardarmi che mi da piacere,
cosi’ che ti ricordi quando non ci sei piu’:
hai un velo sopra gli occhi e non mi vedi piu’.
Vieni che attraversiamo su questa strada internazionale:
sei cosi’ bella come questa Europa che brilla di Natale,
potrei fermarmi qui, su questo incrocio, a venderti il giornale:
la casa l’ ho trovata, e’ quella li’, sembra di marzapane
e adesso che stai sorridendo,
potessi amarti in questa strada lo farei;
adesso ti amo, continua ad amarmi che tutto sta finendo
cosi’ che ti ricordi quando non ci sarai:
vedrai che quando torni, forse mi canterai”

Arcobanero


Cancellami, anzi no nascondimi, che sto meglio tra la polvere, tra i fluidi, i miei e i tuoi, dove il volere è ben diverso.

Nascondimi in fondo, bloccami ed è meglio semmai che mi nascondi, cancella il ricordo, ormai non ti servirà più, ormai non servo più neanche a me.

Non mi serve un me senza di te.

Perciò lo cancello anch’io, anzi lo nascondo bene, tra la polvere della polvere, tra quel me che provava a dare la parte peggiore in pasto al passato.

Mi cancello, poichè non mi serve più.

Tu cancellami, che prima mi devi nascondere. Nascondimi bene, tra i sussulti notturni, e le mie labbra fragole.

Nascondimi bene, col calcio sullo sterno delle mie parole fin sui sassi intorno, finchè mi seppellisce la notte, dove volevo stare fino al tuo dentro.

Nascondimi, io l’ho già fatto.

Sono sotto la pergola dove nacque il fiore che ogni giorno curo, per nascondermi meglio sull’ombra petalo, del tuo odore.

La morte del bisonte


La ricorrenza dei sogni.

Bitume in fase rem.

Poltiglia d’aculei di Gilgamesh.

Vi sarà capitato anche a voi, di sognare e perdere i sensi tra il simbolico e l’immaginario.

Incudini irreali.

Ed i sogni nella repressione che ne conferiamo durante il sonno compresso, rappresentano la svogliatezza(pornografia) del riesumare le ripetizioni immaginarie.

E dai sogni c’è l’ineguagliabile trasporto alla realtà (o viceversa?) degli odori.

E per ogni sogno che termina(ma non finisce) il sogno stesso muore dentro la non-fine di se stesso.

Per questo si trasformano in sogni ri-correnti.

Fine della fine, come la morte Beniana, ovvero la morte della morte, la più complice ed ambigua dipendenza dalla morte è la morte stessa. Muore la morte, d’altronde nessuna vita nasce per tornare indietro(origine).

Ed in queste notti che i miei sogni immaginari ed (ir)reali mi legano a questa reale mutua d’auto assistenza, incomprensibile per me, in quest’adiacenza tra reale ed immaginario che mi stordisce e lambisce il cilindro del mio equilibrio, mi ritrovo accovacciato tra il letto ed il risveglio.

Le mura supersoniche dell’incubazione di quest’incubi, pari al risveglio sono talmente reali e lucide da conferirmi l’autorità di protagonista di queste due vite perennemente insonni o perennemente sognanti.

Ed in fondo a tutto questo, mi rimane il significato di quel che vivo nell’intensità dei due mondi.

La sopravvalutazione dell’immaginario e la non-accettazione del reale.

Avevo la sicurezza(reale) di essere e non solo di rappresentare l’uomo che sapeva amare per l’amore che gli veniva offerto.

Ho trovato l’ipocentro di questo disguido, di questa dipendenza affettiva, di questo abbandono e del rifiuto del mio corpo.

Tutto è sedimentato. Tutto è stato scatenato.

Il mio corpo sedimento del mio abbandono.

Il mio corpo rifiuto del mio abbandono.

Il mio corpo, ascesa dell’incomprensione e della non percezione della mia potenza.

Ed ho scelto ed ho voluto un’esperienza che mi portasse a tutto questo.

L’errore e l’orrore come miscela per il mio veleno.

Adesso in pieno risveglio, ho ripreso i miei sogni ed ho iniziato a de-costruirli e decostituirli.

L’immaginario è molto più doloroso del reale. E’ un mattatoio odierno di recriminazioni.

La “demolizione” di tutto questo è appena iniziata.

Dal dimenticare alla cancellazione come volontà, come resurrezione di quel che ho vissuto, redenzione per far diventare l’esperienza vissuta nel reale, divinità innominabile.(dimenticatoio)

Divinità.

Per ricordarti in questa divinità e renderti quel che in questo reale non sarai mai.

Più di questo al mio essere-quello-che-sono, non so che altro chiedere in risoluzione di questa faccenda davvero dis-umana.

Immagine

Un posto dove mai più


Lo scorsi un pò di tempo fa, in un passato ormai fin troppo sottile per esser steso sulla velina di un ricordo.

Lo vidi in quel fremito d’aria campestre, mentre sui passi tenevo lo sguardo, quasi ad ipnotizzarmi per eludere il senso di fatica.

La colpa, la tua colpa, la colpa tua, nient’altro.

Vedere quel che non si può costruire intorno a te.

La colpa, la tua colpa, la colpa tua Leo Di Barlom.

Non vedere quel che non si vuole.

La colpa, la tua colpa, la colpa tua.

Questo è il posto della sacra solitudine, tra nervi, capelli e tende arancioni, e poi ricordi, ricordi e i ricordi.

La colpa di Leo D.B.

Ed allungai i passi e l’ipnosi divenne attenzione sui corrimano tra scale divelte due a due sulla corsa verso l’ultimo piano.

Sogno ed ancora sogno.

La colpa, è la colpa che ti rincorre viscida fin sull’ultimo gradino tra l’abisso e la paura.

La colpa si munisce d’ascia e ti scivola sulla gola sanguinolenta e madida di sudore. Orrore, le grida in fondo al corridoio, sui rintocchi crepuscolari che filtrano dai finestroni aperti.

Ricordi, i ricordi Leo D.B. i ricordi.

Come la colpa, la colpa di Leo D.B. che ha voluto vedere quel che non vedeva.

Che non ha voluto mai più perdonare.

La colpa.

Il miglior sicario notturno vestito di meraviglia e giocoleria.

E da qui trovai il posto dove mai più.

Bianco e perla, calma e seta.

Qui lo trovai.

Qui dove mai più.IMG_0442

A ritrovare quel che mai cercai.


A volte si perde qualcos’altro per (ri)trovare inaspettatamente il meglio.

 

Gallerie sensoriali


L’nsonnia è un formicaio lisergico che sventra gallerie tra la testa e lo stomaco.

CoseCheVedoMaNonCiSonoMaiState


La vita è una conseguenza di noi stessi.

Siamo nel “mancato” ed in quel che ci manca.

Avevo sempre ipotizzato la riuscita di me stesso tramite “l’altra”, inteso come contenitore di sentimenti per il mio “Niagara” di passionalità sentimentale all’interno della connessione precisa che si crea tra un corpo, un pensiero ed un sentimento.

Ed ho fallito nel crederci quanto nell’averla costruita.

Nessuna colpa, per mia pietà concessa, ma almeno la cosciente lucidità di aver sopravvalutato me stesso, connesso in un involucro mai “troppo” abbastanza e mai abbastanza per esserne accolto.

Errori di (s)valutazione.

Errori merceo-(illogici).

Ho sentito parlare di “inizio-fine”, di “nessun perchè”, parole e lignaggi rivolti alle massime esponenziali dell’anti-criterio personale, e poi ancora “sentenze sentimentali”, parodie delle proprie esperienze nel tentativo di farmi sentire quell’umile uomo che continua ad amare senza più esserlo, ovvero un’oasi del “dare” senza mai più “ricevere”.

In poche parole tutti si sono (s)confessati con la frase tipica dell’attoruncolo puntuale alla battuta, ovvero “L’amore non basta”.

Ed allora penso alle parole di Concato “e se non posso amare così tanto e farmi amare, a cosa servirei?”

Fine-Inizio e direi con tutta la forza che ho che siamo sempre nel “principio”.

Scrissi un pò di tempo fa “Detta fu la Fine, la fine si chiamò per nome”.

Ed oggi ancora sono chiedermi come facevo già in qualche tempo addietro, quanto del mio amore è stato salvato per non “esserne” più contenitore, ovvero, quanto di questo mi rimane, in questo capitolo dell’invisibilità, della non-accetazione, quanto rimane dentro di me, e soprattutto a quale me stesso devo “lavare” la colpa di questo esser mai più amato?

Causa e rivelazione sono il processo per cui sto comprendendo molte cose adesso.

In realtà non è l’amore che non basta, sono le persone che non bastano all’amore.

Amore&Amare è il concetto ambiguo per cui si divide il rapporto in percentuali, tra il corpo chimico e l’irrazionale, la passione e l’illogica trazione al rifiuto.

Comprendo chi mi vuol bene, o chi vuol celarsi come tale, dove vengo in ognidove d’ognitempo nel trascorso fuori dalla mia assenza Nugolatipica, avvolto d’agape Whitmaniana, per tentar di togliermi dal carnevale del Regno della mia Mente, che ogni-quando maldestramente in piena lucidità Cioraniana, mi spiffera realtà geneticamente (s)modificate, per il godere del mio senso di colpa, cui attingo nello spessirsi di questi giorni autunni, primavere mancate.

E comprendo anche chi tenta di soffocare la mia empatia.

Nel primo caso con (com)passione smisurata a tanto tentativo, Vi guardo con tanto affetto e ringraziando certe “stelle” che illuminano piccole strade tortuose e mai (s)viste, d’aver incontrato dei piccoli sassi come me in cima alla diga.

Nel secondo caso, chi c’era e faceva parte di quell’evento che ormai stento a chiamarlo “amor (s)vissuto”, nella mia empatia vi porto comunque, anche se il vostro silenzio, kafkianamente vigliacco, vi toglie la responsabilità d’avermi voluto bene, non vi esclude dalla responsabilità d’avermi vissuto.

Ma si sa, ad ogni carnevale c’è sempre un’altra maschera che abbandona un viso, in cambio di qualche altro carnevale.

leon

Formicolio


La tua schiena lucida era un arco.

Io dentro di te la tua freccia.

Le mie anche ansimavano te.

Tra i cigolii e le gocce sudate.

La tua schiena.

L’unico posto dove ero sicuro di ritrovarmi.

Mentre tu ti perdevi, sopra di me.

Le tue ginocchia erano un morso sui miei reni.

Scivolavi e sfregavi il tuo sapore fino in fondo.

.. Ho fame ..” mi sussurravi con la lingua sul collo.

Io mi facevo mangiare.

Io volevo tu mi mangiassi.

Volevo starti dentro.

Anche dopo aver goduto.

Tu non mi hai mai raggiunto.

Hai sempre goduto con me.

Mi bagnavi di calore riempiendomi il petto coi tuoi gemiti.

Non mi hai mai raggiunto.

Sei sempre stata con me.

Ti piaceva vedermi mentre ti guardavo dal basso.

Mi scopavi gli occhi.

La testa.

E ti prendevi i fianchi.

Volevi farmi godere il sangue.

Come se il sangue fosse stato solo tuo.

Lo era.

Mi volevi.

Anche quando non ce n’era più.

Mi spremevi con le mani, m’attorcigliavi coi capelli e mi prendevi ancora.

Volevi sublimarti di me.

Mi scopavi mentre facevi l’amore con me.

Mentre facevi l’amore, mi scopavi.

Sapevi il mio corpo.

Lo usavi come io mai avrei potuto.

Mi tenevi per i fianchi e tiravi indietro la testa.

Sentivo il solletico dei tuoi capelli sulle caviglie.

Sapevo che era il momento.

E ti mettevo una mano dietro.

Ed eri mio arco.

E dentro di te ero la tua freccia.

Fuori pioveva nella stessa maniera di come godevamo.

Torrenziale orgasmo di noi.

I brividi ti scavavano solchi fin sui miei polpastrelli vizzi del tuo sudore.

Ero ancora dentro di te.

Mentre mi mordevi sul collo, a piccoli sorsi.

E leggevi il verde dei miei occhi.

Impasto di mani e fluido.

Noi.

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